Il Rifugio Marcio
Quattro lamiere, due canne di bambù e la giungla che spinge per entrare: benvenuti nel mio resort a cinque stelle di fuliggine. Cucina a legna, menù «quel che passa la pentola», e l’unico ospite con prenotazione fissa è il fumo.
Quattro lamiere, due canne di bambù e la giungla che spinge per entrare: benvenuti nel mio resort a cinque stelle di fuliggine. Cucina a legna, menù «quel che passa la pentola», e l’unico ospite con prenotazione fissa è il fumo.
Io qui sono di passaggio; loro no. Tre cani, l’asfalto crepato e gli avanzi della notte: il villaggio Marcio ha già i suoi padroni, e nessuno di loro cammina su due gambe. Mi concedono il transito con la sopportazione che si riserva agli ospiti.
Di giorno il villaggio si fa fotografare; di notte si fa sentire. Un lampione solo, una matassa di cavi che sfida la fisica e l’asfalto crepato che suda ancora il caldo del giorno. Nessuno in giro — solo io e una lampadina convinta di essere la luna.
Nessuno capita nel villaggio Marcio per sbaglio: c’è una strada sola, e te la devi guadagnare in sella. Doppia striscia gialla, asfalto che ondeggia al sole e un contagiri che prega per entrambi. Marco Polo aveva la carovana; io ho due ruote e tanta fede.
Scordatevi il fiume: il vero centro del villaggio è il pollaio. Lamiere arrugginite, una mensa a cielo aperto e una clientela di anatre e galline che pretende il servizio al tavolo. È l’ora della pappa, e nessuno fa la fila con educazione.
Sulla carta, una gita in barca. Nella realtà, tre metri d’acqua color minestra tra me e un’isola — e sotto la minestra, qualcosa con i denti. Le nuvole erano bellissime: l’ho pensato anche mentre annaspavo.