Alfonso non smette. Dopo il maiale affumicato, mi manda un’iguana.
È un cortile ai tropici, di quelli veri: il bucato steso che sventola pulito — un telo a zampette colorate, uno a fiori rosa — e sotto, sulla ghiaia, un tappeto di frutta caduta. Rossa, gonfia, spaccata: marcisce al sole e profuma di dolce e d’aceto insieme, quel sentore che chiama le mosche prima ancora di noi.
In mezzo, immobile, un’iguana verde. Non scappa, non si nasconde. Sta lì come un piccolo signore del marcio, a prendersi il sole e gli avanzi del giardino. Sopra di lei la vita ordinata si asciuga al vento; sotto, la terra fa quello che sa fare meglio: disfa, fermenta, restituisce.
Marco Polo avrebbe disegnato un drago sulla mappa e tirato dritto. Alfonso si è fermato — e ha fatto bene. Il drago è questo: verde, paziente, sdraiato nella frutta marcia di un cortile qualunque.