Peter mi scrive da New York e, per una volta, non mi manda lo skyline. Niente Empire State, niente ponte fotografato un milione di volte: mi manda una strada qualunque del Village, mattoni rossi e scale antincendio, l’insegna di un negozio su Bleecker e un autobus giallo della MTA che arranca all’incrocio.
In mezzo alla scena, lui: un uomo sullo skateboard che taglia l’asfalto con lo zaino in spalla, lento, ipnotico, come una trottola che non vuole cadere. Il mondo gira intorno — le moto parcheggiate in fila, il rider che pedala, il traffico che sbuffa al semaforo — ed anche lui gira, in equilibrio su quattro ruote e un marciapiede pieno di sacchi della spazzatura.
Ecco il marcio di Peter: non lo sporco evidente, ma il contrasto. La città venduta come il meglio del mondo, le vetrine lucide, e accanto i sacchi neri ammucchiati che aspettano il camion sotto il sole. Sotto la vernice, anche qui, il marcio cola uguale. L’uomo trottola lo sa, e continua a girare: è l’unico modo per non guardarlo troppo a lungo.