Il primo a scrivermi è Alfonso, e non perde tempo in convenevoli: mi manda fuoco e carne. Un maiale intero, aperto a libro, infilzato su una griglia di ferro arrugginito e messo a girare sopra la brace in un cortile qualunque. Dietro, il verde dei tropici e le foglie di banano; di fianco, un secchio rosso e una catasta di legna. Niente ristorante, niente tovaglia: solo lamiera, fiamma e pazienza.
Il grasso cola e sfrigola sui carboni, il fumo sale e impregna tutto — i capelli, i vestiti, la memoria. La pelle si fa scura, lucida, tira sul croccante mentre sotto la carne si arrende piano. C’è quel sentore dolciastro che non sai mai se è profumo o avvertimento: il confine sottile tra il cotto a puntino e il troppo, tra la festa e il marcio.
Marco Polo, sulla sua Via della Seta, l’avrebbe annusato da lontano e tirato dritto verso le spezie e i palazzi. Io e Alfonso ci fermiamo qui, davanti al secchio rosso, ad aspettare che il maiale finisca di marcire di gloria. Perché il marcio non è sempre abbandono: a volte è una cosa che brucia lentamente, e ti invita a cena.