Esploratori

Marco Polo tornava dall’Oriente con i racconti dei letti dei khan: stanze di seta, cuscini ricamati, caravanserragli dove il viaggiatore trovava un giaciglio in capo al mondo. Fabio invece torna a Roma e di letti me ne mostra uno solo, ed è il pavimento: una piazza all’ombra di un monumento, a due passi da Castel Sant’Angelo, dove qualcuno ha trasformato il selciato in camera da letto.

L’inquadratura è tutta lì. I sampietrini sconnessi, gli scooter scrostati parcheggiati a spina, gli ombrelloni chiari di un bar che fa servizio a pochi metri — e ai piedi del basamento, sotto le parole consumate scolpite nel travertino, un uomo disteso a terra che dorme in pieno giorno, immobile, come se quel pezzo di piazza fosse sempre stato il suo materasso. Nessuno lo guarda: la città gli passa intorno, ordina il caffè, fotografa il monumento da sopra la sua testa.

Il marcio è proprio in questo scarto. La cartolina di Roma punta sempre in alto — le cupole, le statue, i santi nel marmo — e mai in basso, dove la Città Eterna si corica nella polvere senza porta e senza coperta. Fabio la chiama «dormitorio», ed è la parola esatta: un dormitorio a cielo aperto, gratis, nel punto più caro della città, con la sveglia data dal sole e dal rumore degli scooter.

Marco Polo da Roma passava diretto altrove, a cercare letti più ricchi lontano. Fabio si ferma e inquadra il letto più povero che ci sia, proprio sotto il monumento: la camera da letto più centrale di Roma, dove l’unico lusso è non essere visti.