Massimo non si era ancora ripreso dal bus marcio. Era lì, inchiodato al suo sedile vista cesso, a respirare i fumi a trenta centimetri dal naso, quando dal finestrino — sull’altra corsia dell’autostrada — gli è apparso il genio.
Un furgoncino a pianale, di quelli da lavoro, con le sponde basse e la lamiera gialla scrostata. E sopra, in piedi nel cassone aperto, la gente: gilet arancione, sacchi, qualche casco, tutti che tengono l’equilibrio mentre il mezzo corre sull’asfalto bagnato. Niente cinture, niente tetto, niente aria condizionata — solo il vento in faccia e il cielo sopra la testa. Il furgoncino marcio.
E qui scatta la rivelazione di Massimo, che è pura filosofia del marcio: «Avrei preferito rischiare la vita nel furgoncino marcio che continuare a respirare l’aria marcia del cesso del bus marcio.» Detto da uno seduto al sicuro, col biglietto pagato e il sedile assegnato, è una dichiarazione di invidia totale verso chi viaggia peggio ma respira meglio.
Marco Polo sceglieva la rotta più ricca; l’esploratore del marcio scopre che a volte la cosa più desiderabile è proprio quella che sembra la più disgraziata. Il furgoncino marcio non se lo dimenticherà: era lì, a portata di finestrino, e lui era dall’altra parte del vetro a respirare il cesso. Il marcio più bruciante è quello che ti passa di fianco e non puoi prendere.