Il nuovo esploratore si chiama Massimo, e non perde tempo a vendermi il paesaggio. Il suo primo dispaccio non è una cartolina: è un sedile. I posti buoni del bus erano finiti — naturalmente — e così è finito su quello che lui, con tutto il sarcasmo del caso, chiama «il bus di lusso». Il posto più vicino possibile al cesso.
La telecamera gira nello stretto, e si capisce subito la geografia della disgrazia: il sedile, e poi a trenta centimetri la porta del bagno di bordo, la tazza, lo sciacquone, l’odore che immagini senza bisogno che te lo descriva. Massimo ci si è sistemato per scelta tattica — dice — utilissimo in caso di vomito o cacarella: meglio essere già sul posto che doversi farsi largo nel corridoio mentre il bus prende le curve.
Marco Polo, nei suoi viaggi, aveva le carovane, i cammelli, le soste nelle locande lungo la Via della Seta. Massimo ha la moquette consumata, il bracciolo che non si alza e la porta del cesso che sbatte a ogni buca. Eppure è esattamente lo stesso mestiere: andare avanti, ore e ore, dentro una scatola che si muove, sopportando quello che capita di fianco.
Questo è il marcio del viaggio vero: non la meta, non il panorama dal finestrino, ma il metro quadrato che ti tocca, e che ti tieni perché è quello che c’è. Grazie Massimo: hai inaugurato il tuo capitolo da esploratore dal sedile peggiore del bus, ed è già un classico.