Marcio 1.0
Marco Polo, nelle sue città, descriveva i palazzi quando erano nuovi: l’oro, le colonne, gli ambasciatori in fila. Io arrivo qualche secolo dopo, quando l’oro se n’è andato e resta solo l’ossatura. Ed è lì che comincia il bello.
Questo è un palazzo coloniale, di quelli che una volta facevano alzare la testa: due piani, balconi di ferro battuto che disegnano ghirigori nell’aria, mensoloni di pietra sotto la balconata e finestre alte ad arco. Solo che l’intonaco, verde acqua come una caramella dimenticata, se ne va a lembi; sotto spunta il mattone, e ancora sotto la pietra. Dai balconi crescono piante che nessuno ha piantato, e da certe finestre si vede il cielo dall’altra parte — segno che le stanze, dentro, non ci sono più.
Lo giro da un lato. Poi, per non perdermi niente, altro lato: l’angolo, la facciata che dà sull’altra via, dove la decadenza cambia solo prospettiva ma non quantità. È la stessa rovina vista da due punti, come si fa con le statue nei musei — solo che qui la statua è un edificio intero che sta morendo in slow motion, e nessuno gli ha messo la teca.
E davanti, immancabili, i SUV lucidi parcheggiati contro il muro che si sgretola: la carrozzeria appena lavata a un metro dall’intonaco che cade. Il presente di chi passa e il passato di chi è rimasto, fermi sullo stesso marciapiede. Nessuno dei due guarda l’altro.
Come bonus, all’angolo più in là, il colpo di grazia: un palazzo a cui hanno tolto pure il tetto. Resta lo scheletro di cemento, le finestre tamponate coi blocchi, una tettoia di lamiera arrugginita a fare ombra al niente. Sopra le stanze adesso c’è il cielo, e va benissimo così: certi posti, quando crollano del tutto, finalmente respirano.
Lunga vita al palazzo marcio. Marciscono i muri, marcisce l’intonaco, marcisce perfino il tetto — ma la grandezza, quella, si vede ancora benissimo. Anzi: si vede meglio adesso che è marcia.