Alfonso atterra dove Marco Polo non si sarebbe nemmeno fermato a fare scalo. Un aeroporto di provincia, da qualche parte ai tropici, a mezzanotte passata: la pista bagnata che luccica di pioggia e cherosene, i coni arancioni messi in fila a delimitare il niente.
Lo chiama biplano, ma è un vecchio turboelica con la sigla HK dipinta sulla fiancata, di quelli che sputano i passeggeri dalla scaletta posteriore direttamente sull’asfalto umido. La gente scende stropicciata, le luci di posizione lampeggiano rosse nel buio, e la camera di Alfonso scivola piano fino al terminal di vetro un po’ scrostato, una palma e un lampione che fanno il resto.
Poi la panoramica scopre il dettaglio che fa la differenza: in prima fila, abbandonata sull’asfalto tra i coni, una sedia a rotelle vuota. Nessuno intorno. È lì il marcio del viaggio — non la meta esotica della cartolina, ma la sala d’imbarco di provincia, la sedia che aspetta un padrone che forse è già passato. Marco Polo avrebbe scritto “qui finisce la mappa”. Alfonso ha solo premuto rec.