Marcio 1.0

Leopardi aveva il suo sabato del villaggio: la donzelletta, i fiori, l’attesa dolce della festa che verrà domani. Io ho questo: sabato pomeriggio in un villaggio Marcio ai confini del mondo, e la festa non l’aspetta nessuno — è già qui, a palla, e non chiede il permesso a Leopardi.

Prima, però, c’è il niente, e il niente è grigio. La piazza larga e mezza vuota, l’asfalto bagnato che non riflette niente, le moto che la attraversano a sciami senza una meta precisa. Sul fondo le colline verdi fanno il loro dovere da cartolina, con l’antenna piantata in cima come una bandierina, ma il cielo è una coperta sporca che non si decide a piovere. Il monumento del paese è un distributore Terpel con la pensilina rossa, e di fianco una torre dell’acqua arrugginita che pare tenere su le nuvole. Marco Polo cercava le capitali d’Oriente; io ho trovato la rotonda della benzina.

Poi giri la testa, verso una tettoia di lamiera infrattata tra gli alberi, e il marcio ti prende dalle casse. Musica a tutto volume — bassi che sbattono contro i distributori, rimbalzano sulla piazza vuota e coprono perfino gli scooter. Sono le cinque di un sabato grigio e la discoteca è già aperta, perché qui non si aspetta il buio per ballare: si comincia col pomeriggio, finché ce n’è, prima che il niente torni a vincere ai punti.

Ed è tutto qui, il marcio: non lo sfacelo, non la rovina col cartello. È la festa che parte lo stesso, ostinata, a tutto volume, in mezzo a un sabato che non promette niente. Una manciata di gente sotto una lamiera, due moto parcheggiate storte e una cassa che spara più forte del cielo. Marco Polo, da queste parti, si sarebbe fermato giusto per il pieno. Io resto per il ballo.