Marcio 1.0
Prima la strada, sempre. Si entra nel villaggio Marcio come si deve: in sella, doppia striscia gialla che fa la seria, l’asfalto che ondeggia e il contagiri della CB125 che trema d’accordo col mio battito. Si sale, si curva, si suda il privilegio metro per metro — finché la strada si apre e arriva il premio.
E il premio è un belvedere. Mi fermo sul ciglio, oltre il muretto di cemento mangiato dal muschio, e davanti si spalanca la vallata: chilometri di verde che si perdono nella foschia, le colline, il cielo grosso di nuvole. Roba da cartolina, da agenzia immobiliare, da «investi qui prima che lo scoprano tutti». Per un secondo ci casco pure io.
Poi l’occhio scende, e tra le foglie larghe dei banani la trovo: la villetta. La chiamo così perché qui le parole grosse non costano niente. Quattro mattoni a vista che non hanno mai visto un intonaco, un telo di plastica verde tirato a fare da muro dove il muro non c’è arrivato, e sopra a tutto un tetto di lamiera rosa shocking — di un rosa che nel paesaggio non esiste, che urla più della vallata intera. Una tettoia di sbieco, il terriccio battuto davanti, e basta: è finita lì, dove sono finiti i soldi e la voglia.
Marco Polo tornava raccontando palazzi d’Oriente, cupole d’oro e giardini pensili che nessuno in patria gli credeva. Io di lassù mi porto a casa questa: una baracca color confetto buttata su una vista da milioni, dove il panorama è gratis e il tetto fa quel che può. Loro la vivono, mica la fotografano per venderla. E sotto quella lamiera rosa, garantito, il marcio sta più comodo che in qualsiasi villa col cancello.