Esploratori

Peter mi riscrive da New York e, anche stavolta, salta lo skyline. Niente cartolina, niente luci di Times Square: mi manda un marciapiede del Village, mattoni rossi e un’impalcatura di tubi che ingabbia mezzo isolato. E sotto i tubi, una scena che non ti aspetti.

Un uomo in piedi, di spalle, con due grandi ali bianche di piume agganciate alla schiena. Sotto, quasi niente: un tanga rosso, un paio di anfibi, un berretto. Accanto, una borsa e un sacco scuro buttati a terra, la sua sacrestia portatile. Non balla, non chiede l’elemosina, non recita per nessuno: sta lì, angelo da strada piantato tra le impalcature, mentre i passanti tirano dritto e la città continua a correre come se gli angeli mezzi nudi fossero arredo urbano. Forse, qui, lo sono davvero.

Ed è qui la domanda che Peter mi gira già nel titolo: angelo o diavolo? Le ali dicono paradiso, il tanga rosso dice tutt’altro, e il marciapiede non si sbilancia. È il marcio di New York in purezza: la città venduta come il cielo in terra che, vista da vicino, mette in vetrina un santino spennacchiato accanto ai sacchi della spazzatura. Marco Polo cercava le meraviglie d’Oriente; Peter, da Manhattan, mi manda un angelo che non sa più se è caduto o se sta solo aspettando il semaforo. Io, nel dubbio, lo pubblico: il marcio, quando ti viene incontro per caso, non si lascia per strada.