Marcio 1.0

Marco Polo cenava alla corte del Gran Khan: tovaglie ricamate, coppe d’oro, portate che non finivano più. Io entro nel ristorante marcio e la sala da pranzo è una tettoia di lamiera su quattro pali, sedie di plastica nera spaiate, una moto parcheggiata in mezzo ai tavoli e per pavimento il prato, che continua fin sotto le gambe delle sedie. Il menù non c’è. La carta dei vini nemmeno.

Il secondo, però, c’è eccome: solo che per ora nuota. Dietro la tettoia si apre il laghetto — acqua ferma color caffellatte che riflette le palme e una collina verde, calda e immobile sotto il cielo coperto. È lì che vive la cena. Non scegli dal menù, scegli dallo stagno: indichi, qualcuno cala la rete, e il pesce fa il tragitto più corto del mondo dalla pinna alla padella. Più a chilometro zero di così si muore — letteralmente, lui.

Ed è tutto qui il marcio: nello scarto tra la parola “ristorante” e questa lamiera, queste sedie scompagnate, questo laghetto che è insieme acquario, dispensa e cucina. Niente tovaglia, niente coperto, niente messinscena: solo un tetto contro il sole, un’acqua torbida e la promessa che fra venti minuti quello che ti guarda da sotto il pelo dell’acqua te lo ritrovi fritto nel piatto. Marco Polo avrebbe storto il naso davanti alle sedie di plastica. Io mi siedo, indico l’acqua, e aspetto il secondo.