Marcio 1.0

Marco Polo tornava dall’Oriente con le stive piene di spezie, e nei secoli dopo di lui il caffè è diventato la cosa più seria che ci sia: piantagioni da cartolina, sacchi di juta firmati, baristi che pesano i chicchi al grammo e parlano di “note di cioccolato e frutti rossi”. Il caffè marcio, invece, nasce così: steso ad asciugare su un telo buttato per terra, sul ciglio dell’asfalto, accanto a una moto parcheggiata e a una siepe di fiori rossi.

Niente essiccatoio, niente terrazza ventilata: i chicchi prendono il sole sul bordo della strada del villaggio, e con il sole prendono anche la polvere, il passaggio delle ruote e tutto quello che la strada ha da offrire. È un caffè a chilometro zero nel senso più letterale — zero metri dall’asfalto. Qui non si raccoglie, si stende; non si controlla l’umidità, si aspetta che il sole faccia il suo.

Ed è tutto qui il marcio: nello scarto tra la tazzina lucida del bar e questo telo per terra, tra la parola “caffè” e questi chicchi stesi accanto alla riga di mezzeria. Fra qualche giorno, quando saranno asciutti, qualcuno li tosterà e ne uscirà la tazzina più marcia che ci sia. Marco Polo avrebbe arricciato il naso. Io aspetto che asciughino, e intanto vi mostro dove nasce.