Marcio 1.0
Marco Polo, lungo la Via della Seta, tornava a casa con i sacchi pieni di spezie: pepe, cannella, zafferano — roba che in Europa valeva quanto l’oro. Io, sulla mia via, sono tornato con una cosa sola: il fumo.
Perché qui la spezia è quella. Cala la notte sul villaggio Marcio e Alfonso accende il braciere — sì, lo stesso Alfonso del maiale e dell’iguana, che quando non manda il marcio lo cucina. E lo cucina dove capita: stavolta in mezzo alla strada. Non un cortile, non un giardino: l’asfalto, con le sedie di plastica buttate intorno e le macchine che, se passano, passano. Il braciere è un catino di ferro nero su tre gambe storte, e sopra ci balla il banchetto: braciole, costine, un groviglio di salsicce che colano grasso sulla brace.
Il grasso prende fuoco, il fumo si alza in una colonna bianca che acceca tutto, e per qualche secondo di Alfonso si vede solo la sigaretta accesa in bocca — l’unico punto fermo dentro la nuvola. Canotta, ciabatte, lattina di birra in una mano e le molle nell’altra: non misura niente, non gira la carne col cronometro. La guarda, la annusa, beve. Quando solleva il coperchio nero come uno scudo, sotto c’è il paradiso marcio: carne bruciacchiata ai bordi e brace rosa che pulsa.
Marco Polo si fermava nei cortili lungo la pista a dividere il pane con gli sconosciuti. Qui il cortile è la carreggiata, e nessuno guarda il telefono: guardano la carne. Spezie ne ho viste poche — ma il fumo, quello, mi è entrato dappertutto. Ed è la cosa migliore che mi sia portato a casa.