Marcio 1.0
C’è una parola, in italiano, che non si decide. Marcia. Vuol dire imputridita, andata a male, da buttare — e nello stesso identico fiato vuol dire che cammina, che avanza, che è ingranata e parte. Per descrivere questa macchina non me ne serve un’altra: è marcia in tutti e due i sensi, contemporaneamente, ed è proprio questo il punto.
È una Renault 12 familiare, azzurra come un cielo che ha smesso di crederci. Sta ferma sul ciglio della strada, mezza ruota sul marciapiede, e ha l’aria di starci da prima che io imparassi a camminare. Ogni fianco porta la sua ammaccatura, ogni maniglia la sua colata di ruggine; la portiera è rigata come se ci avessero passato sopra un’intera vita di sportellate distratte. Sul tetto, un portapacchi di ferro che non porta più niente da decenni — ma sta lì, dritto, come una corona di seconda mano su un re che non ha intenzione di abdicare.
E davanti, il rombo: la losanga Renault nella griglia cromata, due fari che guardano storti, una targa gialla che dice un nome di città qualunque. Sotto il cofano ammaccato c’è un motore che — ve lo garantisco — domani mattina si accende. Tossisce, sbuffa una nuvola che sa di gasolio e di anni Settanta, e marcia. Va. Mentre le macchine nuove vengono rottamate per un sensore guasto, lei macina chilometri con la dignità di chi non ha mai letto un manuale.
Marco Polo ha attraversato l’Asia una volta, ed è bastato a renderlo immortale. Questa qui l’Asia non la vedrà mai, ma attraversa la stessa città ogni santo giorno, da quarant’anni, sugli stessi quattro pneumatici lisci. Non è un rottame: è un pellegrino. È la prova che marcire e marciare, alla fine, sono la stessa strada — basta solo non fermarsi. Lunga vita alla macchina marcia: arrugginisce in piedi, e parte lo stesso.