Marcio 1.0

Marco Polo passava una vita in viaggio per arrivare ai mercati: deserti, passi di montagna, mesi di carovana per toccare i bazar di Samarcanda e le piazze brulicanti dell’Oriente, dove la merce ti aspettava ammucchiata sotto i tendoni. L’ambulante marcio ha capovolto tutto il concetto: il mercato non lo cerchi, ti viene a citofonare. Arriva su una station wagon verde, parcheggia sullo sterrato all’angolo, apre il portellone — e il bazar è servito, cassette di frutta nel bagagliaio e basta.

Il listino è la parte più marcia. Tre libbre di pere, cioè un chilo e 350 grammi, a un euro e venti. Due ananas interi: sempre un euro e venti. Stesso prezzo per cose che non c’entrano niente, come se il bagagliaio avesse un’unica taglia di scontrino e tutto il resto fosse un dettaglio. Niente bilancia da fiera, niente cartellini scritti a mano: la frutta si pesa a occhio, il prezzo è quello che è, e i vicini si stringono in capannello attorno al portellone come davanti a una bancarella che però è una macchina con il motore ancora caldo.

Ed è tutto qui il marcio: nello scarto tra la parola “mercato” — che evoca tendoni, voci, file di banchi — e questo angolo di villaggio con una sola auto, un cane nero focato a fare la guardia in mezzo alla strada e la telecamera di casa che riprende tutto dall’alto, data e ora stampate sopra. Marco Polo ha attraversato mezzo mondo per arrivare ai mercati; qui il mercato arriva da solo, suona, e se ne riparte appena finite le pere. Io scendo in ciabatte, prendo due ananas e tendo l’euro e venti.