Marcio 1.0

Marco Polo le strade le venerava: la Via della Seta era un filo che teneva insieme khanati e deserti, e ogni carovaniere sapeva che finché c’era la pista c’era il mondo. La frana marcia è il contrario esatto di quel filo: una strada che, invece di portare da qualche parte, si stacca un pezzo alla volta e se ne va giù.

Si comincia in piano, su una catasta di sacconi bianchi — di quelli da cantiere o da raccolto — appoggiati sul ciglio come se qualcuno, un giorno, avesse avuto un piano. Poi la camera scende lungo la carreggiata, e il piano si vede dov’è finito: il bordo della strada non c’è più. Si è semplicemente staccato e sprofondato in un dirupo di terra rossa, lasciando un orlo di cemento sospeso nel vuoto, le radici scoperte, i sacchetti e l’immondizia colati giù con tutto il resto. E lì in mezzo, sovrano, un gallo nero che razzola nella frana come se quel cratere fosse sempre stato il suo cortile.

Il marcio è proprio in questa naturalezza. Nessun nastro bianco e rosso, nessun cartello “strada interrotta”, nessuna ruspa: la frana è un fatto del paesaggio, come la siepe verde di fianco o le palme in fondo. Uno risale la carreggiata a piedi rasente l’orlo, tranquillo, perché qui il bordo che cede è normale amministrazione — si gira un po’ più al centro e si tira avanti.

Marco Polo seguiva strade costruite per durare secoli; io filmo una strada che dura finché regge la prossima pioggia, con un gallo che ci ha già messo su casa nel buco. La pista, qui, non tiene insieme il mondo: lo lascia franare un sacco bianco alla volta, e il villaggio ci cammina sopra lo stesso.