Marcio 1.0

Marco Polo riempiva pagine intere coi cavalli del Gran Khan: le scuderie da diecimila destrieri bianchi, i cavalli di posta tenuti pronti a ogni stazione lungo la strada imperiale, così che un messaggero non dovesse mai fermarsi e trovasse sempre una cavalcatura fresca al cambio. Tutto un impero costruito sull’idea che la corsa non si interrompe mai. Il marcio quell’idea ce l’ha, ma di cavalli ne ha uno solo: una Fiat Uno rossa, parcheggiata di traverso sul ciglio bagnato della strada.

È l’utilitaria del popolo, la macchina che da queste parti non muore mai perché nessuno le concede il permesso di morire. La carrozzeria è ammaccata e velata di pioggia, le foglie ingiallite le si sono incollate intorno alle ruote, e dietro — sotto il paraurti, accanto alla targa gialla BCJ 641 — il tubo di scappamento si è staccato di netto e pende per aria, libero di raschiare l’asfalto a ogni buca. Nessuno l’ha riattaccato. Nessuno lo riattaccherà: tanto la macchina cammina lo stesso, basta sopportare il rumore.

Marco Polo censiva i cavalli imperiali per dire la potenza di un regno; io filmo una Fiat Uno rossa col silenziatore che penzola, parcheggiata storta sotto la pioggia, e racconto la stessa cosa al contrario. Qui la potenza non sta nei diecimila destrieri pronti al cambio, ma nell’unico ronzino di lamiera che riparte ogni mattina così com’è — rotto, rumoroso, immortale — perché fermarsi a sistemarlo non è mai stato previsto.