Marcio 1.0

Marco Polo, quando entrava in una città ricca, contava i piani delle case come si conta una fortuna: più in alto si saliva, più cresceva il pregio: le terrazze, le logge, le stanze affacciate dove abitavano i signori, lassù dove l’aria era migliore e arrivava meno polvere della strada. L’alto era il posto del lusso. Il marcio prende questa regola e la rovescia come un calzino.

Qui l’incrocio è vivo: taxi gialli che si fermano e ripartono, moto, un ciclista che taglia in mezzo, le botteghe del piano terra dipinte di turchese con le saracinesche tirate su e la gente che entra ed esce. Ma alza lo sguardo di un piano, sopra i negozi, e trovi l’attico: una soffitta di legno e lamiera grigia, le persiane a stecca sfondate, il muro sotto tappezzato di manifesti scoloriti e scritte, tutto inclinato e sbiadito come un cappello marcio calcato sulla testa dell’edificio. Dietro, a completare il quadro, un traliccio di antenne con la sua parabola. Il piano nobile è il piano che nessuno vorrebbe.

Marco Polo saliva ai piani alti per trovare i signori; io inquadro l’ultimo piano e ci trovo il marcio nella sua forma più pura. Perché qui la città cresce dal basso — la vita, i soldi, il colore stanno al livello della strada — e più sali più trovi l’abbandono. L’attico non è il premio di chi è arrivato in cima: è solo la parte che, stando più lontana da terra, è stata la prima a essere lasciata marcire.