Marcio 1.0

Marco Polo, nei suoi viaggi, si fermava a raccontare i bagni delle grandi città dell’Oriente: stanze d’acqua e di vapore, pavimenti di pietra lucida, dove lavarsi era una cerimonia e il corpo si trattava con riguardo. Lo separava tutto, l’Oriente civile: il luogo del cibo da una parte, il luogo dell’acqua sporca dall’altra, ognuno al suo posto. Il marcio quei confini non sa nemmeno di doverli tracciare.

Qui la stanza è rosa, con lo zoccolo dipinto di nero all’altezza dei piedi e il pavimento di cemento perennemente bagnato, lucido di rigagnoli che vanno dove vogliono. Sulle due porte qualcuno ha attaccato i cartelli stampati — l’omino e la donnina — perché si capisca che quello è il bagno; e dietro, in un cubicolo di piastrelle scolorite, c’è l’orinatoio: una ceramica appesa al muro che perde, e l’acqua scende a striature giù per le mattonelle fino a terra. Ma la frase marcia non è il cesso che cola. È che, voltandosi, a due passi dalla porta, nella stessa stanza rosa, c’è un fornello con sopra le pentole. Il pranzo cuoce lì, accanto al gabinetto.

Marco Polo teneva i bagni lontani dalle cucine per tenere in ordine il mondo; io filmo una stanza sola dove l’orinatoio sgocciola e la pentola sobbolle sotto lo stesso soffitto rosa, e nessuno ci trova niente di strano. Il marcio è tutto qui: non nello sporco in sé, ma nella tranquillità con cui il cibo e il cesso accettano di farsi compagnia.