Marcio 1.0
Marco Polo brindava alla corte del Gran Khan: coppe d’oro, vini d’Oriente, una cerimonia per ogni sorso. Il cocktail marcio, invece, si prepara su un carretto in piazza, con il barista in maglia gialla della Colombia, una Corona Extra in mano e una fila di barattoli di vetro pieni di caramelle gommose rosse e blu, pezzi di frutta e gel zuccherati di tutti i colori.
Non c’è ricetta, c’è accumulo. Nel bicchiere di plastica finisce di tutto: frutta a pezzi, caramelle, sciroppi, una ciliegia infilzata su uno stecco con i marshmallow, e poi la colata finale — sciroppo e cioccolato versati dall’alto con il guanto di lattice, fino a far sbordare il colore. La birra è lì accanto a guardare, perché in questo bicchiere il vino di Marco Polo lo ha sostituito uno sciroppo fluorescente. Non è un drink, è un luna park dentro un bicchiere usa e getta.
Ed è tutto qui il marcio: nello scarto tra la parola “cocktail” — che evoca cristallo, ghiaccio e misura — e questa torre di zucchero gommoso che gocciola sul bancone di vetro. Niente shaker, niente bilancia, niente moderazione: solo un carretto, una mano con il guanto e l’idea che qualsiasi cosa, se ci versi sopra abbastanza sciroppo, diventa un cocktail. Marco Polo avrebbe chiesto la coppa d’oro. Io tendo il bicchiere di plastica e dico di non lesinare sul cioccolato.