Marcio 1.0

Marco Polo si muoveva coi mezzi del potere: le carovane lunghe un giorno di cammino, i carri imperiali, le portantine in cui i signori si facevano portare a spalla, seduti all’ombra di una tenda mentre il mondo faticava intorno a loro. Viaggiare comodi, lassù, voleva dire essere qualcuno. Il marcio ha la sua portantina, e costa il prezzo di una corsa: il mototaxi.

È un triciclo a motore con la capote di tela tirata sopra, bianco e rosso, e in questo paese fa da taxi: lo trovi fermo all’incrocio, sulle strisce pedonali ormai scolorite, in mezzo al traffico delle moto e delle ape-car, ad aspettare chi sale. Prima lo guardi da fuori — uno dei tanti, in fila, che scampanellano per superarsi — e poi ci sali tu, e la scena si rovescia: il mondo comincia a passare da dentro, storto, inquadrato dai tubolari neri del telaio, con la tendina che sbatte e il sellino di plastica che vibra a ogni buca. La portantina del signore è diventata un sgangherato carrozzino aperto su tre ruote, ma il principio è lo stesso: qualcuno pedala, tu ti fai portare.

Marco Polo si faceva trasportare per mostrare di stare al di sopra della strada; io salgo sul mototaxi e la strada me la prendo tutta in faccia, attraverso il telaio e la tela. È il lusso marcio: non la tenda che ti separa dal mondo, ma il tubolare arrugginito a cui ti aggrappi mentre il mondo ti entra dentro a ogni curva. Due pezzi di video cuciti insieme — fuori e dentro — per un viaggio solo.