Marcio 1.0
Marco Polo raccontava le guardie del Gran Khan come si raccontano le meraviglie: i corpi scelti di soldati, i leoni e i leopardi addomesticati tenuti a corte, le bestie feroci messe a custodia del palazzo perché bastasse vederle per capire quanto era prezioso ciò che stava dietro. La guardia, all’epoca, doveva incutere timore. Il marcio condivide l’idea — al bene prezioso ci vuole una sentinella — ma di leoni qui non ne passano. Passa una faraona.
La moto rossa è parcheggiata di fianco contro un muro di mattoni a vista, su una stradina di pietra in salita, in quella quiete di mezzogiorno in cui non si muove niente. E lì accanto, ritta su un gradino vicino al contatore della luce, c’è lei: una faraona, la gallina pharaona — la testa nuda bianco-azzurra con i bargigli e l’elmo d’osso, il corpo tondo tutto grigio a pois bianchi — piantata sulle zampe come una sentinella che ha preso servizio e non intende mollarlo. Nessuno l’ha messa di guardia; semplicemente sta lì, accanto alla moto, e dà l’impressione precisa di custodirla. Un altro giorno nel villaggio marcio, dico nel video: e il villaggio marcio è esattamente questo, un posto dove il leopardo del Gran Khan è una gallina a pois e fa lo stesso identico mestiere.
Marco Polo metteva le belve a guardia del palazzo per misurare il valore di un impero; io filmo una faraona a guardia di una moto per misurare il valore di un mattino qualunque. È tutta lì, la regalità marcia: non serve un leone per sentirsi custoditi, basta un pollo dal nome da faraone, fermo sulle sue zampe, che si è eletto da solo guardiano di una motocicletta rossa nessuno gli ha chiesto di sorvegliare.