Esploratori

Il nuovo esploratore si firma Fabio, e dalla capitale non mi manda quello che mandano tutti. Niente Colosseo, niente Fontana di Trevi col selfie. Mi manda una piazza qualunque e i suoi sampietrini: il selciato nero che ondeggia, gli scooter parcheggiati in fila col cofano scrostato e la targa che si stacca, gli ombrelloni di un bar sullo sfondo. Roma vista all’altezza del marciapiede.

Ma il marcio vero, in quell’inquadratura, sta ai piedi del monumento. Due uomini all’ombra del piedistallo: uno steso lungo per terra in pieno sole di mezzogiorno, immobile come un sacco buttato giù, l’altro accovacciato accanto che armeggia con qualcosa in mano e la testa che ciondola. Non stanno facendo un picnic. Sono i tossici, gli alcolizzati, quelli che la città fa finta di non vedere: hanno smaltito lì dove li ha presi il sonno o la roba, col travertino come spalliera e lo zaino come cuscino. A mezzogiorno, mentre i turisti passano a tre metri e tirano dritto.

Fabio la chiama «piazza Sforza» e tira in ballo uno dei primi vescovi di Roma — santi, fondatori, padri della cristianità scolpiti lassù nel travertino. E ai loro piedi, duemila anni dopo, due relitti che la Roma del buon caffè e dell’aperitivo scavalca con lo sguardo. È questo il contrasto che fa marcire la cartolina: il monumento eterno in alto e, in basso, la carne viva della città che si corica nella polvere e non si rialza. Marco Polo da Roma ci passava diretto altrove, in fretta verso l’Oriente; Fabio invece si ferma, abbassa la telecamera e inquadra esattamente quello che la capitale prega ogni giorno che nessuno fotografi. Grazie Fabio: hai aperto il tuo capitolo da esploratore con la Roma che si fa, e si addormenta, all’ombra dei suoi santi.